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Cds 290/2006 domanda risarcitoria in sede di ottemperanza

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

 

Il Consiglio di Stato in sede  giurisdizionale  (Sezione  Quarta) 

ha pronunciato la seguente  

DECISIONE

Sul ricorso  r.g.n.7094/2004  proposto  in  appello  da  Raffaele  De Ruggiero, Gianfranco De Ruggiero,  Giuliana  De  Ruggiero,  Mario  De Ruggiero, rappresentati e difesi dall'avv.  Franco  Gaetano  Scoca  e dall'avv. Antonio Barra, domiciliati presso il primo in Roma alla via Paisiello n.55;

contro

Comune di Angri, in persona del l.r.p.t., non costituito;

Stazione Sperimentale per l'Industria delle  Conserve  Alimentari  di Parma, in persona del  l.r.p.t.,  rappresentata  e  difesa  dall'avv. Francesco Soncini e dall'avv. Luigi Manzi, con  domicilio  eletto  in Roma alla via F. Confalonieri n. 5 presso lo studio del secondo, Ufficio Territoriale del Governo di Salerno, in persona del l.r.p.t., Ministero dei  Trasporti  e  delle  Infrastrutture,  in  persona  del Ministro  p.t.,  Ministero  del  Bilancio  e  della    Programmazione Economica, in persona del Ministro p.t., Ministero del  Coordinamento e  della  Ricerca  Scientifica,  in  persona  del   Ministro    p.t., rappresentati e difesi dalla Avvocatura Generale dello Stato,  presso i cui uffici ope legis domicilia in  Roma  alla  via  dei  Portoghesi n.12;

per l'annullamento della sentenza n. 5718/2004 depositata in data 15 aprile 2004 con  la quale il TAR Campania, Napoli, sezione quinta, ha in  parte  accolto, in parte dichiarato inammissibile e per il resto respinto il  ricorso proposto dagli attuali appellanti per l'esecuzione della sentenza del TAR Campania, Napoli, sezione quinta n. 1385/2002 depositata in  data 14 marzo 2002;
Visto il ricorso con i relativi allegati;
Visto l'atto di costituzione in giudizio di Stazione Sperimentale per l'Industria  delle  Conserve  Alimentari di Parma e delle amministrazioni statali intimate;
Viste le memorie prodotte dalle parti  a  sostegno  delle  rispettive difese; 
Relatore alla udienza pubblica del 29 novembre  2005  il  Consigliere Sergio De Felice;  
Udito l'Avv. Scoca, l'Avv. Andrea Manzi  su  delega  dell'Avv.  Luigi Manzi, l'Avv. Soncini, l'Avv. dello Stato Maurizio Fiorilli;
Ritenuto in fatto e considerato in diritto quanto segue;

FATTO

Con ricorso proposto innanzi al giudice di primo grado, gli attuali appellanti hanno agito per la esecuzione della sentenza del TAR Campania n. 1385/2002 emessa sui ricorsi n. 632/1982 e 152/1997.
Con tale ultima sentenza, passata in giudicato, in accoglimento delle domande, erano stati annullati gli atti del procedimento espropriativo avente ad oggetto i fondi di proprietà dei ricorrenti.
Il giudice della ottemperanza accoglieva solo la domanda relativa alle spese del giudizio liquidate nella sentenza di cognizione; per il resto dichiarava la inammissibilità della domanda risarcitoria, prima ancora che basandosi sulla già avvenuta proposizione dinanzi al Tribunale civile di Salerno (e poi in Corte di Appello) perché proposta dinanzi al giudice amministrativo per la prima volta in sede di ottemperanza.
In relazione alla domanda principale, diretta a ristabilire la reale situazione preesistente, a mezzo della restituzione, la respingeva.
Al proposito, il giudice della ottemperanza, osservava che l'obbligo di restituzione può essere pronunciato quando la restituzione non risulti eccessivamente onerosa per l'amministrazione. Si evidenziava, tuttavia, che i ricorrenti già avevano agito con citazione dinanzi al giudice civile nell'anno 1983, con la conseguenza della manifestazione di una volontà abdicativa della proprietà del bene.
Con l'atto di appello avverso la sentenza emessa in fase di ottemperanza, si espone che dinanzi al giudice civile (Tribunale di Salerno) la causa aveva avuto ad oggetto il ristoro da occupazione acquisitiva, mentre dinanzi al giudice amministrativo erano stati impugnati gli atti di dichiarazione di pubblica utilità, il decreto di occupazione, il decreto di proroga della occupazione. A seguito dell'annullamento giurisdizionale, si sarebbe verificata non la ipotesi di occupazione acquisitiva, ma quella della occupazione usurpativa.
L'azione risarcitoria o restitutoria esercitata in sede di ottemperanza ha pertanto un oggetto ben diverso da quello del giudizio civile. Inoltre, si richiama il principio in base al quale, tra due giudicati contrastanti, prevale il secondo sul primo. Né può sostenersi che la prima azione di ristoro costituisca una rinuncia implicita al diritto di proprietà.
In definitiva, con l'atto di appello si chiede che, in riforma della impugnata sentenza, si dichiari il diritto alla restituzione del bene di proprietà, o in alternativa la commutazione in danaro per l'equivalente monetario e la nomina di un commissario ad acta.
Si è costituita la Stazione Sperimentale per l'industria delle conserve alimentari di Parma, che con articolata memoria, depositata in data 18 novembre 2005, ha formulato molteplici eccezioni e difese.
In particolare, ha eccepito e dedotto: a) il difetto di giurisdizione del giudice amministrativo in materia risarcitoria e restitutoria; b) la inammissibilità della azione risarcitoria nella sede della ottemperanza; c) l'avvenuta usucapione per occupazione ventennale o quantomeno l'usucapione decennale, a seguito di decreto di esproprio del 11.10.1983; d) la esistenza di ulteriore titolo dell'acquisto, consistente in una nuova dichiarazione di pubblica utilità e nel nuovo decreto di esproprio del 26.11.1983, atti non impugnati; e) la avvenuta abdicazione al diritto di proprietà, derivante dall'esperimento della azione risarcitoria, conclusasi con sentenza della Corte di Appello di Salerno, confermata in Cassazione, che ha dichiarato la improponibilità della domanda; f) la irreversibilità e la impossibilità derivante dalla avvenuta realizzazione dell'opera pubblica; g) l'acquisizione della proprietà a favore della Stazione sperimentale, avendo i ricorrenti accettato la indennità di esproprio (all'epoca, di lire 730 milioni); h) la esistenza di altri provvedimenti prefettizi di natura novativa e non confermativa, come appunto sia una nuova dichiarazione di pubblica utilità che il decreto di esproprio su menzionato (tali atti non sarebbero travolti dal giudicato di annullamento); i) la assenza di dolo o colpa ai fini del risarcimento del danno; l) il difetto di legittimazione passiva della Stazione sperimentale, in quanto solo soggetto beneficiario dell'espropriazione e non autorità espropriante; in subordine, l'accertamento del diritto di rivalsa; m) in via ulteriormente subordinata, in caso di condanna alla restituzione, domanda riconvenzionale per conseguire il valore dei miglioramenti; n) eccezione di compensazione con quanto già percepito dai ricorrenti con il conseguimento della indennità.
Le amministrazioni statali hanno insistito per il rigetto dell'appello.
Alla udienza pubblica del 29 novembre 2005, previa discussione, la causa è stata trattenuta in decisione.

DIRITTO

1. L'appello in esame riguarda la sentenza emessa nel giudizio di ottemperanza a precedente giudicato di annullamento di atti (dichiarazione di pubblica utilità, nonché occupazione e dichiarazione di indifferibilità e urgenza e ulteriore atto di proroga dell'occupazione) del procedimento espropriativo di fondi di proprietà dei ricorrenti.
Nella specie, i ricorrenti avevano agito anche dinanzi al giudice civile in giudizio - iniziato nell'anno 1983 - conclusosi con declaratoria di improponibilità statuita dalla Corte d'Appello (confermata dalla Cassazione), in riforma della sentenza del Tribunale di primo grado, che invece aveva condannato al ristoro.
2. Il tribunale amministrativo di primo grado (nella impugnata sentenza in sede di ottemperanza) ha ritenuto che: a prescindere dalla eccezione di difetto di giurisdizione, la domanda risarcitoria è inammissibile perché esperita per la prima volta in sede di ottemperanza; la domanda diretta a ristabilire la situazione preesistente, a mezzo della restituzione del fondo espropriato a seguito della sentenza di annullamento del T.A.R. di primo grado va rigettata, non tanto per l'eccessiva onerosità o per la esistenza di un illegittimo (per invalidità caducante) decreto di esproprio, ma perché, avendo i ricorrenti già agito con la citazione dinanzi al giudice civile notificata nell'anno 1983, essi avrebbero tenuto un comportamento sostanzialmente abdicativo del diritto di proprietà.
3. Con l'atto di appello avverso la sentenza resa dal primo giudice in sede di ottemperanza, gli appellanti mirano ad ottenere la restituzione del fondo e in subordine, ad ottenere la condanna al risarcimento del danno in forma generica, anche a mezzo, dello strumento del commissario ad acta.
4. Preliminarmente, vanno esaminate le eccezioni, deduzioni e difese svolte dalla Stazione sperimentale di Parma, sopra riportate e, in estrema sintesi, riguardanti la inammissibilità della domanda, il difetto di giurisdizione, l'avvenuta usucapione (ventennale o decennale), il titolo derivante da un nuovo, legittimo e inoppugnato procedimento espropriativo, l'assenza dell'elemento soggettivo dell'illecito, la irreversibile trasformazione del bene, la rinuncia abdicativa alla proprietà, il giudicato (negativo) già formatosi sulla richiesta risarcitoria, il difetto di legittimazione passiva; in subordine, l' eventuale accertamento del diritto di rivalsa avverso l'autorità espropriante, il diritto in riconvenzionale all'aumento di valore del bene da restituire e il diritto alla compensazione della indennità già percepita.
5. In ordine alla giurisdizione, va osservato che, anche a seguito della sentenza della Corte Costituzionale n. 204/2004, rientra nella giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo in materia urbanistica ed edilizia ex art. 34 d.lg. 80/1998, la domanda di risarcimento del danno sopportato dalla parte privata in conseguenza dello spossessamento dell'area di sua proprietà sulla quale è stata realizzata l'opera pubblica durante il periodo nel quale il provvedimento di occupazione ha esplicato i suoi effetti senza però l'emanazione nel termine prescritto del decreto di espropriazione (Consiglio Stato, A.Pl., 30 agosto 2005, n. 4; sono esclusi dall'ambito della giurisdizione esclusiva in materia urbanistica soltanto i comportamenti).
Nella specie, inoltre, la competenza giurisdizionale dell'adito giudice va valutata in relazione alla specialità del giudizio di ottemperanza, successivo al giudicato recante l'annullamento di atti della procedura espropriativa.
Al proposito, la sentenza impugnata ha seguito l'orientamento che, secondo questo giudicante, è troppo restrittivo sia della portata del giudizio di ottemperanza che della tutela restauratoria-restitutoria connessa all'azione di annullamento.
Tale orientamento, si ripete, restrittivo e limitativo della piena tutela, è stato esternato nel senso di ritenere inammissibile una domanda risarcitoria proposta per la prima volta in sede di giudizio di ottemperanza. L'inammissibilità dell'azione risarcitoria proposta in sede di ottemperanza verrebbe fatta derivare non solo dal rispetto del doppio grado del giudizio, ma anche dalla necessità di una plena cognitio almeno sull'an della pretesa risarcitoria. Si è anche sostenuto che le divergenze introdotte dal legislatore rispetto al giudizio risarcitorio civile (consistenti nella possibilità che il giudice, in sede di cognizione, si limiti a stabilire i criteri sulla cui base dovrà poi essere liquidato il danno risarcibile) non possono giungere fino al punto di comportare la traslazione in sede di ottemperanza di tutto il giudizio risarcitorio, indifferentemente per l'an e per il quantum. La domanda risarcitoria competerebbe funzionalmente al giudice della cognizione, nell'ambito di un giudizio ordinario articolato sul doppio grado ed a cognizione piena sull'an, nonché, se possibile, sul quantum, delle pretese risarcitorie del danneggiato (Consiglio di Stato, IV, 1 febbraio 2001, n. 396).
I ricorrenti chiedono, nella specie, la restaurazione - risarcitoria o restitutoria - dell'area espropriata illegittimamente, quale effetto dell'annullamento degli atti inerenti alla procedura di espropriazione.
Si tratta, ma solo in parte, del medesimo leading case portato alla attenzione della Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, deciso con la sentenza n. 2 del 2005.
È opinione della Adunanza Plenaria di questo Consiglio di Stato che la restaurazione chiesta nella sede della ottemperanza derivi dall' effetto tipico della sentenza di annullamento, riconducibile a quello comunemente qualificato come effetto ripristinatorio dell'annullamento, azionabile, in via esecutiva, al pari dell'effetto conformativo con il rimedio dell'ottemperanza (A.Pl. C. Stato, 22.12.1982 n. 19 e 1.6.1983 n. 15).
In sé, infatti, l'annullamento, come sola demolizione degli atti impugnati, altrimenti, resterebbe assolutamente inadeguato come strumento di tutela, essendo null'altro che è una qualificazione giuridica negativa effettuata ad opera del giudice, ma non essendo in grado di modificare la realtà fenomenica; "...all'obbligo di conformarsi è possibile che non si adeguino i soggetti astenendosi dal compiere l'ulteriore attività che costituisce il logico corollario del mutamento medesimo. Se la cosa o il prezzo non sono restituiti...è evidente la necessità di ulteriori comandi giurisdizionali, che, sostituendosi eventualmente all'inerzia del soggetto, integrino nei suoi effetti la pronuncia...." (in tal senso, letteralmente, Cassazione SS.UU. n. 2157/1953).
Il processo, mediante la tutela demolitoria completata da quella conformativa- anche secondo Corte Cost. 204/2004 - deve dare praticamente a chi ha un diritto, tutto, ma proprio tutto quello che ha diritto di conseguire.
Con la nuova formulazione dell'art. 7, comma 3 l.TAR, la funzione del processo di ottemperanza di realizzare l'assetto di interessi delineato dalla pronuncia irrevocabile di annullamento di provvedimenti illegittimi, è stata arricchita e completata dal potere attribuito al giudice amministrativo di condannare l'amministrazione al risarcimento del danno, sia attraverso la reintegrazione in forma specifica che per equivalente (C. Stato, V, 25.2.2003, n. 1077).
Sicché, diversamente da quanto ritenuto dal primo giudice nella sentenza impugnata, non residuano dubbi sulla competenza giurisdizionale dell'adito giudice amministrativo rispetto alla richiesta di restituzione-risarcimento, in fase di ottemperanza all'annullamento di atti espropriativi, intesa come la naturale prosecuzione.
L'azione volta alla restituzione del bene costituirebbe strutturalmente attuazione del decisum e quindi trova la sua naturale allocazione (anche) in sede di ottemperanza, in quanto consente e determina quell'adeguamento dello stato di fatto allo stato di diritto che rappresenta la finalità tipica di tale giudizio (Ad. Pl. 2.6.1983, n. 15) e realizza quella esigenza di completamento - propria del risarcimento del danno, come del rimedio della ottemperanza - della tutela giurisdizionale amministrativa ribadita dal giudice delle leggi con la sentenza n. 204/2004.
All'adeguamento dello stato di fatto allo stato di diritto, come definito in sentenza, può pervenirsi, secondo la concreta situazione, mediante restituzione di beni, accompagnata o meno dalla riduzione in pristino, o mediante analoghe forme di esecuzione in forma specifica secondo modalità individuate dal giudice dell'ottemperanza nell'esercizio della giurisdizione di merito.
Inoltre, neanche la intervenuta realizzazione dell'opera pubblica, di per sé, non si pone come causa ostativa alla esecuzione del giudicato e non fa venire meno, quindi, l'obbligo dell'amministrazione di restituire al privato il bene illegittimamente espropriato.
Esiste, inoltre, il principio secondo cui, ove possibile in fatto e richiesto dalla parte, la tutela in forma specifica prevale sulla tutela risarcitoria (C. Stato, IV, 2280 del 2002 e 950 del 2004).
Né osterebbe alla piena tutela nella forma più specifica possibile l'avvenuta realizzazione dell'opera pubblica (con conseguente temperamento sia del limite della eccessiva onerosità di cui all'art. 2058 c.c. che del limite del pregiudizio alla economia nazionale di cui all'art. 2933 c.c.).
Il superamento della interpretazione che riconnetteva alla costruzione dell'opera pubblica (alla irreversibile trasformazione) effetti preclusivi o limitativi della tutela in forma specifica del privato, trova le sue radici nel diritto comune europeo.
Come ampiamente noto, la Corte Europea dei diritti dell'uomo ha ritenuto il quadro normativo e giurisprudenziale nazionale non aderente alla Convenzione europea e, in particolare, al Protocollo addizionale n. 1 (sentenza 30 maggio 2000, rich. 31524/96, Società Belvedere Alberghiera).
La Corte ha ritenuto non costituire impedimento alla restituzione dell'area illegittimamente espropriata il fatto della realizzazione dell'opera pubblica e ciò indipendentemente dalle modalità - occupazione acquisitiva o usurpativa - di acquisizione del terreno.
Il proprietario del fondo illegittimamente occupato dalla p.a., in esito alla declaratoria di illegittimità dell'occupazione e all'annullamento dei relativi provvedimenti, può legittimamente domandare nel giudizio di ottemperanza sia il risarcimento, sia la restituzione del fondo che la sua riduzione in pristino.
La realizzazione dell'opera pubblica sul fondo illegittimamente occupato è in sé un mero fatto - non in grado di assurgere a titolo dell'acquisto - come tale inidoneo a determinare il trasferimento della proprietà, a meno che la p.a. non emetta un formale - e legittimo - provvedimento di acquisizione, ai sensi dell'art. 43 d.lg. 327/2001.
In definitiva, solo il formale atto di acquisizione dell'amministrazione può essere in grado di limitare il diritto alla restituzione, non potendo rinvenirsi atti estintivi (rinunziativi o abdicativi, che dir si voglia) della proprietà in altri comportamenti, fatti o contegni.
Nel caso di annullamento in sede giurisdizionale degli atti inerenti alla procedura di espropriazione per p.u. (dichiarazione di pubblica utilità e occupazione di urgenza), il proprietario dell'area può chiedere, mediante il giudizio di ottemperanza, la restituzione del bene invece che il risarcimento del danno per equivalente monetario, anche se l'area è stata irreversibilmente trasformata a seguito della realizzazione dell'opera pubblica; conformemente alla giurisprudenza della Corte di Strasburgo, deve ritenersi che la realizzazione dell'area non costituisca impedimento alla restituzione dell'area illegittimamente espropriata e ciò indipendentemente dalle modalità di acquisizione del terreno (occupazione appriopriativa o usurpativa), che in tale ottica non assumono più rilevanza.
6. Al proposito, invece, il primo giudice ha ritenuto di ravvisare, nel precedente esercizio dell'azione risarcitoria dinanzi ai giudici civili, una rinuncia abdicativa implicita al diritto di proprietà e quindi una preclusione alla azione restituzione.
Al contrario, deve ritenersi che, agendo in executivis nella specie, chiedendo la esecuzione del giudicato, si agisce per la restituzione dell'area, previa riduzione in pristino; la domanda, collegata all'effetto ripristinatorio della sentenza e al conseguente obbligo per l'amministrazione di adeguare allo stato di diritto come accertato dal giudicato lo stato di fatto, è correttamente proposta nel giudizio di ottemperanza, senza che occorra indagare sulla possibilità per il privato di intraprendere l'azione restitutoria dinanzi ad altro giudice; trattandosi di azione restitutoria, fondata sul venire meno del titolo di apprensione del bene, l'accoglimento della domanda non può essere precluso da considerazioni fondate genericamente sulla eccessiva onerosità (art. 2058 c.c.) o sul pregiudizio derivante alla economia nazionale (art. 2933 c.c.); solo una rinuncia, anche eventualmente implicita, ma concludente, della parte, oltre che la impossibilità oggettiva, potrebbe precludere, in sede di esecuzione, la restituzione dell'area previa riduzione in pristino; l'avvenuta realizzazione dell'opera pubblica non costituisce causa di impossibilità oggettiva di per sé, in quanto mero fatto, occorrendo all'uopo un (legittimo) formale provvedimento di acquisizione dell'area ai sensi del su menzionato art. 43 t.u. espropriazioni.
7. Alla luce dei richiamati principi, non può ritenersi, come fatto dal primo giudice, che la domanda di restituzione in forma specifica sia preclusa dal previo esperimento della azione risarcitoria iniziata dinanzi al Tribunale di Salerno nell'anno 1983, perché rinvenibile in tale domanda una rinuncia implicita alla proprietà.
A parte la diversità di contesto nel quale si è svolto il giudizio civile, rinvenire in quella azione risarcitoria un atto estintivo - che invece dovrebbe essere deducibile inequivocamente - significherebbe in sostanza vanificare quella piena tutela proprietaria ribadita dalla Corte di Strasburgo (sentenza Società Belvedere Alberghiera 30 maggio 2000, rich. N. 31524/96).
8. Nella specie, tuttavia, come eccepito dalla Stazione Sperimentale per l'industria delle conserve alimentari di Parma, esistevano in fatto nuovi provvedimenti aventi la caratteristica di concretizzare un nuovo procedimento espropriativo, valido, efficace e mai contestato nelle dovute forme.
Si fa riferimento alla delibera 1608/1983, che richiama la delibera Casmez n. 360 del 13.3.1981, assumendo valore di nuova dichiarazione di pubblica utilità.
Si fa riferimento anche al decreto prefettizio emesso in data 26.11.1983 dal Prefetto di Salerno, che innova del tutto il decreto prefettizio n. 1507 dell'11.10.1983.
Tale procedura espropriativa (dichiarazione di pubblica utilità e decreto di esproprio) non risulta travolta dall'annullamento giurisdizionale operato dalla sentenza del TAR Campania n. 1385/2002 (motivato sulla mancanza del mutamento di destinazione urbanistica).
Né può ritenersi che non sortisca effetti la sentenza di annullamento, in quanto il risarcimento, se fosse riconosciuto spettante, potrebbe avere riguardo al limitato periodo, medio tempore esistente, decorrente dagli atti ritenuti illegittimi fino all'esplicarsi degli effetti dei successivi (anche se di poco) atti legittimi, validi, efficaci ed inoppugnati.
In realtà, le due azioni esperite in sede di ottemperanza, entrambe in linea di principio ammissibili - l'azione risarcitoria e l'azione restitutoria, entrambe costituenti forma di restaurazione dell'ordine giuridico violato, la prima per equivalente e la seconda nella forma più specifica possibile, ma che non eliderebbe eventuali residui risarcitori - sono entrambe da rigettare.
L'azione risarcitoria, pure ridotta, nel convincimento di questo Collegio giudicante, al periodo esistente tra il primo procedimento espropriativo illegittimo e annullato e quello, di poco successivo, legittimo in quanto inoppugnato, è da rigettare comunque nel merito, sussistendo una preclusione da giudicato esterno, come puntualmente eccepito sia in primo grado che in secondo grado.
Vale il principio generale secondo il quale il giudicato esterno, formatosi in altro processo, è una comune eccezione, proponibile sì nei modi di rito, ma che non richiede formule sacramentali, essendo sufficiente che essa risulti, anche implicitamente, dal contenuto sostanziale delle deduzioni avanzate dalle parti.
Né può ritenersi che il giudicato negativo sul risarcimento sia superato dalla successiva sentenza del giudice amministrativo di annullamento, essendo evidentemente ben diverso l'oggetto dei due giudizi (l'uno diretto alla illegittimità-legittimità degli atti, l'altro alla esistenza della illiceità del fatto) e nulla avendo detto tale pronuncia sull'aspetto risarcitorio.
Per quanto concerne l'azione restitutoria, essa è, oramai, preclusa dalla adozione di provvedimenti espropriativi esistenti, validi, efficaci, inoppugnati, che oramai da lungo tempo hanno esaurito i loro effetti, sicché, al riguardo, si ritiene esistente quell'ulteriore titolo idoneo che, altrimenti, secondo l'Adunanza Plenaria, avrebbe potuto essere garantito soltanto dall'acquisizione.
9. In sintesi e in conclusione, l'azione di restituzione è preclusa da un ulteriore idoneo e valido titolo espropriativo; l'azione risarcitoria, susseguente all'annullamento degli atti della prima procedura espropriativa, ben avrebbe potuto trovare ragion d'essere per quel limitato periodo intercorrente dai suddetti atti fino alla emanazione della successiva e legittima espropriazione.
Per tale risarcimento, tuttavia, come sopra ribadito, sussiste e va rilevato il giudicato esterno, derivante dalle sentenze del giudice ordinario.
10. Per le considerazioni sopra svolte, l'appello va respinto, con conferma della impugnata sentenza ai sensi di cui in motivazione.
A causa della complessità della controversia, sussistono giusti motivi per disporre tra le parti la compensazione delle spese di giudizio.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, sezione quarta, definitivamente pronunciando sul ricorso indicato in epigrafe, così provvede:
rigetta l'appello, confermando la impugnata sentenza. Spese compensate.
Ordina che la presente decisione sia eseguita dalla autorità amministrativa.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del 29 novembre 2005, con l'intervento dei magistrati:
Costantino Salvatore, Presidente f.f.
Pier Luigi Lodi, Consigliere
Vito Poli, Consigliere
Salvatore Cacace, Consigliere
Sergio De Felice, Consigliere, estensore

DEPOSITATA IN SEGRETERIA IL 30 GEN. 2006.





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