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le direttive dell'Unione Europea

Le direttive dell'Unione Europea e la loro efficacia, diretta o indiretta, sugli ordinamenti degli Stati membri nei rapporti verticali e nei rapporti orizzontali nella giurisprudenza della Corte di Giustizia

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In linea generale, le direttive dell'Unione Europea non producono effetti diretti sugli ordinamenti degli Stati membri, vincolando questi ultimi solo in ordine al risultato da raggiungere, salva la competenza degli organi nazionali su forma e mezzi di attuazione. La giurisprudenza della Corte di Giustizia ha, tuttavia, ampliato l'efficacia di tale fonte del diritto individuando ipotesi di direttive self executing. Si tratta di quelle direttive il cui contenuto sia sufficientemente chiaro, preciso ed incondizionato. Tale tipologia di direttive ha capacità di produrre effetti diretti sugli ordinamenti degli Stati membri anche in ipotesi di mancato recepimento secondo modalità diverse a seconda che si tratti di direttive destinate a produrre effetti nei rapporti tra gli Stati e i privati (rapporti verticali), in tal caso trovando diretta applicazione anche in caso di mancato recepimento o che si tratti di direttive destinate a produrre effetti nei rapporti tra privati (rapporti orizzontali) essendo, in tal caso, esclusa la loro diretta applicazione ma potendo, il mancato tempestivo recepimento delle medesime, legittimare una pretesa risarcitoria del privato nei confronti dello Stato  

Tali arresti risultano il portato della giurisprudenza evolutiva della Corte di Giustizia, la quale, con riferimento ai rapporti vertticali, già nella sentenza Ratti del 5 aprile del 1979, in causa 148 del 1978 ebbe a precisare che "...sarebbe incompatibile con l'efficacia vincolante che l'art. 189 (ora 288) riconoce alla direttiva, l'escludere, in linea di principio, che l'obbligo da essa imposto possa essere fatto valere dalle persone interessate; particolarmente nel caso in cui le autorità comunitarie abbiano, mediante direttiva, imposto agli Stati membri di adottare un certo comportamento, l'effetto utile sarebbe attenuato se agli amministrati fosse precluso di valersente in giudizio ed ai giudici nazionali di prenderlo in considerazione in quanto elemento di diritto comunitario.

Con riferimento, invece, ai rapporti orizzontali, la Corte di Giustizia ha reiteratamente affermato il principio secondo cui "una direttiva non può di per sé stessa creare obblighi a carico di un singolo e non può quindi essere fatta valere in quanto tale nei suoi confronti. Ne consegue che anche una disposizione chiara, precisa e incondizionata di una direttiva volta a conferire diritti o ad imporre obblighi ai privati non può trovare applicazione in quanto tale nell'ambito di una controversia che veda contrapposti esclusivamente dei singoli (sentenze 26 febbraio 1986, causa 152/84, Marshall, Racc. pag. 723, punto 48; 14 luglio 1994, causa C-91/92, Faccini Dori, Racc. pag. I-3325, punto 20; 7 marzo 1996, causa C-192/94, El Corte Inglés, Racc. pag. I-1281, I-1281, punti 16 e 17; 7 gennaio 2004, causa C-201/02, Wells, Racc. pag. I-723, punto 56, e 5 ottobre 2004, cause riunite da C-C-403/01, Pfeiffer e a., Racc. pag. I-8835, punti 108 e 109).

Quanto, però, ai rapporti orizzontali che impattino sulla normativa antidiscriminatoria, la CGU, con la sentenza 19 gennaio del 2010, in causa 555/2007 (sentenza Kukudevici), richiamando l'art. 21 della Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea e rilevando che, ai sensi dell'art. 6 par. 1 del Trattato UE, la Carta ha lo stesso valore dei trattati, ha chiarito che i divieti di discriminazione introdotti dalle direttive del 2006 (in materia di divieto di discriminazione in base al sesso) e del 2000 (in matria di divieto di discriminazione in base all'età), in quanto meramente attuativi delle previsioni di diritto primario dell'Unione (contenute nei trattati e nella carta) del quale si limitano a delineare un quadro comune, sono a quello equiparate. Pertanto il giudice nazionale è chiamato ad applicare direttamente una norma contenuta in una direttiva antidiscriminatoria, efficace ed applicabile, qualora la legislazione nazionale sia difforme dalla stessa eventualmente disapplicando quest'ultima.

Quanto al meccanismo del risarcimento del danno per inattuazione delle direttive comunitarie da parte degli Stati membri, da segnalare è la sentenza della CGU del 19 novembre del 1991, in causa 6/1990, nella quale sono state specificate le condizioni, al ricorrere delle quali, è configurabile, a favore di un privato, un diritto soggettivo leso sucettibile di essere risarcito per equivalente e, cioè: 1) che il risultato prescritto dalla direttiva implichi l'attribuzione di diritti a favore dei singoli; b) che il contenuto di tali diritti possa essere individuato sulla base delle disposizioni della direttiva, c) che sussista un nesso di causalità tra la violazione dell'obligo a carico dello Stato e il danno subito dal singolo lesi. La Suprema Corte di cassazione ha, poi, precisato che la responsabilità dello Stato ha natura contrattuale (cfr. sent. SS.UU. n. 9147/2009 e, successivamente, Cass. Civ.Sez. III, n. 23568/2011)


Cassazione civile, sez. un., 17/04/2009,  n. 9147

Il diritto al risarcimento del danno derivante dalla mancata attuazione nel termine prescritto di direttiva comunitaria (nella specie, relativa all'obbligo di retribuire la formazione del medico specializzando) è sottoposto alla prescrizione ordinaria perché relativo all'adempimento di un'obbligazione "ex lege" dello Stato di natura indennitaria, come tale riconducibile all'area della responsabilità contrattuale. 





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