Ricerca























banner_domiciliazioni_largo_diritto_amministrativo.jpg
mod_vvisit_counterOggi118
mod_vvisit_counterDal 12/06/094474511
magistratura_esame_avvocato_2012_2013.jpg

domiciliazioniprevprof.jpg
























CERCA SU QUESTO SITO

Ricerca personalizzata

 

compendio_amministrativo_caringella.jpg compendio_amministrativo_casetta.jpg  corso_diritto_amministrativo_rocco_galli.jpg  manuale_diritto_amministrativo_chieppa_giovagnoli.jpg

 

MANUALI E COMPENDI DIRITTO AMMINISTRATIVO 2012
Galli - Caringella - Casetta - Giovagnoli - Garofoli
ORDINA ON LINE IL TUO TESTO

Cass. Civ. Sez. I n. 11435/1999 e Cass. Civ. Sez. I n. 5390/2006 su cessione volontaria beni

Cass. Civ.  Sez. I del 12 ottobre 1999 n. 11435

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. Renato             SGROI                 - Presidente -
Dott. Giammarco          CAPPUCCIO            - Consigliere -
Dott. Donato             PLENTEDA             - Consigliere -
Dott. Antonio            GISOTTI              - Consigliere -
Dott. Simonetta          SOTGIU          - Rel. Consigliere -
ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sul ricorso proposto da:
CARAMAZZA MARCELLA, CARAMAZZA ELIO, elettivamente domiciliati in ROMA VIALE REGINA MARGHERITA 37, presso l'avvocato V. SEPE,  rappresentati e difesi dagli avvocati ELIO CARAMAZZA, SANGIORGI PARATORE SALVATORE, giusta mandato in calce al ricorso;

ricorrente –

contro

COMUNE DI MAZARA DEL VALLO;

intimato –

e sul 2  ricorso n  02812-98 proposto da:
COMUNE DI MAZARA DEL VALLO,  in  persona  del  Sindaco  pro  tempore, elettivamente domiciliato in ROMA  PIAZZALE  DEGLI  EROI  16,  presso l'avvocato PIETRO RIGOLI, che lo  rappresenta  e  difende  unitamente all'avvocato  VINCENZO  BURZOTTA,   giusta   delega   in   calce   al controricorso e ricorso incidentale;

controricorrente e ricorrente incidentale –

contro

CARAMAZZA MARCELLA, CARAMAZZA ELIO, elettivamente domiciliati in ROMA VIALE REGINA MARGHERITA 37, presso l'avvocato V. SEPE,  rappresentati e difesi dagli avvocati ELIO CARAMAZZA, SANGIORGI PARATORE SALVATORE, giusta mandato in calce il controricorso;

controricorrenti –

avverso la sentenza n.  690-97  della  Corte  d'Appello  di  PALERMO, depositata il 21-08-97;
udita la relazione della causa  svolta  nella  pubblica  udienza  del 27-04-99 dal Consigliere Dott. Simonetta SOTGIU;
udito  per  il  ricorrente,  l'Avvocato  Caramazza,  che  ha  chiesto l'accoglimento del ricorso principale e rigetto dell'incidentale;
udito il P.M. in persona dell'Avvocato Generale Dott. Franco  MOROZZO DELLA ROCCA che ha concluso per l'accoglimento del secondo motivo del ricorso incidentale;
assorbiti il ricorso principale e l'incidentale.

Svolgimento del processo

Avendo il Comune di Mazara del Vallo disposto con ordinanza sindacale 27 marzo 1983 l'occupazione d'urgenza di un terreno di proprietà di Cesare Barbera, per destinarlo alla costruzione di alloggi popolari, il Barbera si dichiarò pronto a stipulare la cessione volontaria del terreno stesso, il che avvenne con rogito notarile di poco successivo, concordandosi l'indennità da corrispondersi all'espropriato in L. 6.930.000 somma che avrebbe dovuto essere pagata al Barbera nel termine di sessanta giorni.
Con atto 5 maggio 1990 Barbera convenne quindi avanti al Tribunale di Marsala il predetto Comune, chiedendo che venisse dichiarata la risoluzione del contratto e che il Comune venisse condannato al pagamento del controvalore del bene, ed in subordine al pagamento del prezzo pattuito, con rivalutazione ed interessi.
Con sentenza 27 marzo 1995 l'adito Tribunale dichiarò risolto il contratto di compravendita dell'area in questione, condannando il Comune al risarcimento dei danni derivanti dalla occupazione, quantificati in L. 44.217.250.
Su appello del Barbera, che insisteva nella richiesta di risarcimento del danno corrispondente al valore dell'immobile, e appello incidentale del Comune, che si doleva che il contratto, "de quo" fosse stato ritenuto di natura privatistica (e non pubblicistica) e quindi risolubile, la Corte Palermitana, con sentenza 6 giugno-21 agosto 1997, ha rigettato la domanda di risoluzione del contratto, interpretando il lungo periodo trascorso (circa sette anni) fra la stipula del contratto stesso e la chiamata del Comune in giudizio, come tacita rinuncia del privato a chiedere la risoluzione; ritenuta quindi la validità della cessione, ha condannato il Comune al pagamento del prezzo indicato nel contratto, oltre a L. 1.732.000, quale indennità di occupazione temporanea, con gli interessi del 1983 al soddisfo.
Per la cassazione di tale sentenza, hanno proposto ricorso affidato a tre mezzi, Marcello(*) ed Elio Caramazza, quali eredi di Cesare Barbera, deceduto nelle more del giudizio.
Il Comune di Mazara del Vallo resiste con controricorso, proponendo con lo stesso atto ricorso incidentale sulla base di due motivi, cui i ricorrenti resistono con controricorso. Entrambe le parti hanno proposto memorie.

Motivi della decisione

I ricorsi debbono essere previamente riuniti à sensi dell'art. 335 c.p.c..
Col primo motivo del ricorso principale, i ricorrenti deducono il difetto di motivazione della sentenza impugnata, la quale ha ritenuto l'inerzia del Barbera nel richiedere l'adempimento dell'obbligazione da parte del Comune più lunga di quanto sia stata in realtà (meno di sei anni), così denotando l'intenzione di decidere secondo un teorema precostituito. E ciò sebbene il Barbera avesse fatto reiteratamente presente, fin dall'atto introduttivo del giudizio, di avere più volte verbalmente sollecitato il Comune, che non ha mai smentito tali affermazioni.
Col secondo motivo, i ricorrenti principali adducono la violazione degli artt. 112 c.p.c., 2938 e 2969 c.c., sostenendo che la sentenza d'appello è viziata per extrapetizione, essendo stata accolta un'eccezione che il Comune non aveva proposto essendosi limitato a contestare la ritenuta natura privatistica del contratto di cessione.
Nella specie, l'esistenza di un fatto estintivo del diritto doveva essere fatto valere dalla controparte, che ha optato invece per altra linea difensiva.
Col terzo motivo del ricorso principale, i ricorrenti sostengono che la sentenza impugnata, oltre ad essere viziata per difetto di motivazione, ha violato l'art. 1454 c.c., perché in tanto la rinuncia ad esercitare un diritto può essere fatta valere, in quanto tra il fatto posto in essere e la volontà di esercitare il diritto stesso sussista un rapporto di contraddizione.
La rinuncia è infatti, secondo i ricorrenti, un atto dispositivo di un diritto, che deve risultare da un comportamento assolutamente univoco e da un termine non determinato, come nella specie, discrezionalmente, mentre gli effetti modificativi del diritto, come la prescrizione e la decadenza, sono collegati a termini ben precisi.
Col primo motivo del ricorso incidentale, il Comune sostiene che i giudici d'appello hanno violato l'art. 91 c.p.c., avendo condannato il Comune al pagamento delle spese del giudizio, in presenza dell'altrui soccombenza.
Col secondo motivo del ricorso incidentale, il Comune ribadisce che non possono essere applicati nella fattispecie gli artt. 1453 e 1455 c.c., essendo la cessione volontaria intervenuta allorché la procedura espropriativa era già iniziativa ed era stato irreversibilmente trasformato il suolo occupato.
Il ricorso principale è complessivamente fondato.
Innanzi tutto, deve essere sottolineato, da un alto, che la domanda dell'espropriato si è incentrata, come esposto nella sentenza impugnata (pag. 4), nella richiesta di "risarcimento del danno in misura corrispondente al valore dell'immobile", dall'altro, che l'appello incidentale del Comune era diretto soltanto ad ottenere la dichiarazione della esclusiva natura pubblicistica dell'atto di cessione volontaria intervenuto col Barbera, e quindi attraverso la dichiarazione di non risolubilità dello stesso, collegata a tale natura pubblica, al riconoscimento della definitiva acquisizione del bene espropriato alla mano pubblica; se queste sono dunque le premesse, deve ritenersi viziato per extrapetizione l'accertamento compiuto d'ufficio dai giudici d'appello in ordine ad una presunta acquiescenza dell'espropriato alla condotta inadempiente del Comune e alla rinuncia del Barbera a far valere la risoluzione del contratto.
Infatti, avendo il giudice di primo grado dichiarato tale risoluzione, e fondandosi l'unica censura proposta dal Comune avverso tale pronuncia sulla natura pubblicistica del contratto intervenuto col Barbera, così optando per una diversa linea di difesa, le altre eventuali eccezioni proponibili dovevano intendersi rinunciate, e comunque non più rivalutabili d'ufficio.
Accanto a tale preclusione processuale, che pone nel nulla il "decisum" della Corte su tale base, va ulteriormente detto che la Corte di merito non ha tenuto conto, nell'applicazione di alcuni principi giurisprudenziali relativi alla rinuncia a richiedere la risoluzione del contratto fra privati (Cass. 5439-77) della peculiarità della fattispecie di cessione volontaria di immobile espropriando, come previsto dalla legge n. 865 del 1971.
Attraverso l'istituto della cessione volontaria il legislatore ha infatti inteso consentire la sostituzione, col consenso della parte ablata, dell'intervento autoritativo della P.A. con uno strumento di carattere negoziale, cui si rendono applicabili (al di là del suo inquadramento o meno tra i contratti di diritto pubblico, e fatti salvi gli adempimenti richiesti dalla evidenza pubblica dell'atto:
Cass. 922-97) i principi civilistici che regolano la conclusione dei contratti. Ciò rende più evidente la causa propria del contratto di "cessione volontaria", la quale va ricondotta ad una forma alternativa di realizzazione del procedimento espropriativo, mediante la utilizzazione di uno strumento privatistico, soggetto sotto alcuni aspetti (in particolare, per la determinazione del prezzo: Cass. 2091-97; 4759-98) a norme imperative. Dunque mentre da un lato nessuno ostacolo si frappone, in caso di inadempimento, alla risoluzione di un tale tipo di contratto, dall'altro la violazione delle norme imperative inderogabilmente dettate ad integrazione del contenuto necessario del contratto, può far ritenere (Cass. 4759-98) che la manifestazione di volontà del privato riferentesi ad un prezzo non determinato dall'Amministrazione sulle base dei criteri legali (come sembra sia avvenuto nella fattispecie) resti priva di ogni efficacia negoziale pubblicistica, e ridotta all'efficacia privatistica di mera contrattuale, sicché resta in ogni caso salva la possibilità dell'espropriato, una volta rimosso il formale titolo d'acquisto per intervenuta risoluzione del contratto (Cass. 10925-96), di richiedere risarcimento del danno derivante dall'inadempimento che ha dato luogo alla risoluzione.
Mentre dunque, nessun rilievo sul piano processuale, ha la rinuncia rilevata d'ufficio dalla Corte di merito (inconsistente peraltro anche sul piano logico, stanti, in via generale, i lunghi tempi delle procedure d'esproprio e l'impressionante serie di inadempienze della P.A., per lunghi anni, in tale settore, sicché appaiono del tutto credibili i ripetuti solleciti di pagamento addotti dai ricorrenti a non smentiti dal Comune), dall'inadempimento del Comune, reso evidente dall'invito a pagare il dovuto in ultimo rivolto dal Barbera al Comune in data 8 febbraio 1990, non può che derivare la risoluzione del contratto di cessione, secondo la disciplina civilistica, assumendo da tale data rilievo di autonoma causa di acquisizione del fondo (a titolo originario) in favore dell'Ente pubblico la materiale trasformazione del bene nel frattempo intervenuta, che ne ha determinato la definitiva attribuzione alla mano pubblica. Sarà pertanto compito del giudice di rinvio determinare la misura del pregiudizio sofferto dal privato, come derivante dall'evidenziato inadempimento del Comune.
L'accoglimento del ricorso principale comporta dunque il rigetto del secondo motivo del ricorso incidentale, con assorbimento del primo motivo dello stesso ricorso, con cui il Comune si lagna della condanna alle spese del giudizio.
Cassata pertanto la sentenza impugnata, gli atti dovranno essere rinviati ad altra Sezione della Corte d'Appello di Palermo, che deciderà anche in ordine alle spese del presente grado di giudizio.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi, accoglie il ricorso principale, rigetta il secondo motivo del ricorso incidentale, dichiara assorbito il primo. Cassa la sentenza impugnata e rinvia anche per le spese, ad altra Sezione della Corte d'Appello di Palermo.

 

Cass. Civ. Sez. I del 11 marzo 2006 n. 5390

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:                           
Dott. OLLA       Giovanni                         -  Presidente   - 
Dott. PANEBIANCO Ugo Riccardo                     -  Consigliere  - 
Dott. SALVAGO    Salvatore                   -  rel. Consigliere  - 
Dott. BENINI     Stefano                          -  Consigliere  - 
Dott. DEL CORE   Sergio                           -  Consigliere  - 
ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:
C.A.,   elettivamente   domiciliato   in   ROMA   VIA   GONFALONIERI  5, presso l'avvocato MANZI Luigi, che lo rappresenta  e difende  unitamente  agli avvocati MAMUELA MOSCARDINI,  GUIDO  GRECO, giusta procura a margine del ricorso;

ricorrente –

contro

COMUNE   DI   CHIAVENNA,   in  persona  del  Sindaco   pro   tempore, elettivamente domiciliato in ROMA VIA MERULANA 234, presso l'avvocato BOLOGNA   Giuliano,   che  lo  rappresenta   e   difende   unitamente all'avvocato   ANTONIO  SPALLINO,  giusta  delega   a   margine   del controricorso;

controricorrente –

contro

C.G., C.E.,  C.M.G.;

intimati –

avverso  la   sentenza n. 1931/2001 della Corte d'Appello  di  MILANO, depositata il 13/07/2001;
Udita  la  relazione  dalla causa svolta nella Pubblica  udienza  del 21/12/2005 dal Consigliare Dott. Salvatore SALVAGO;
udito   per  il  ricorrente,  l'Avvocato  COGLITORE  che  ha  chiesto l'accoglimento del ricorso;               
udito per il resistente, l'avvocato BOLOGNA che ha chiesto il rigetto del ricorso;
udito  il  P.M.  in persona dal Sostituto Procuratore Generale  Dott. RUSSO  Rosario Giovanni, che ha concluso per l'accoglimento del primo motivo con assorbimento dagli altri motivi del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Il Tribunale di Sondrio con sentenza del 31 maggio 2000 respingeva la domanda di C.A., di retrocessione della L. n. 2359 del 1865, ex art. 63, di un immobile di cui era stato comproprietario unitamente ad E., M.G. e C.G., ceduto al comune di Chiavenna per il prezzo di L. 420.000.000 con rogito dell'1 dicembre 1981 per la costruzione di un edificio scolastico mai realizzato. Rigettava altresì la domanda di dichiarare la nullità o la risoluzione del contratto per difetto di presupposizione e dichiarava inammissibile la domanda di annullamento del contratto ai sensi degli art. 1427, 1429 e 1439 cod. civ.,avanzata dal C. nell'udienza del 21 febbraio 1997.
L'impugnazione di quest'ultimo è stata respinta dalla Corte di Appello di Milano, con sentenza del 13 luglio 2001, in quanto: a) all'epoca del contratto di vendita non sussisteva alcuna procedura ablativa perchè la dichiarazione di P.U. di alcuni edifici scolastici contenuta nel provvedimento 21 dicembre 1977 del Presidente della Regione lombarda era divenuta inefficace per l'inutile decorso sia del termine di 36 mesi per il completamento dei lavori e delle espropriazioni, concesso dal provvedimento, sia di quello triennale per l'inizio delle opere previsto dalla L. n. 1 del 1978, art. 1; b) una nuova dichiarazione non era peraltro ravvisatile nel provvedimento del 22 ottobre 1981 con cui il Sindaco aveva disposto l'accesso di un tecnico; e d'altra parte, anche l'accertamento del prezzo a seguito di perizia estimativa in un ammontare ben più elevato di quello stabilito per legge escludeva la configurabilità di una cessione volontaria, inducendo a ritenere che le parti avevano stipulato un contratto di compravendita di diritto comune; c) la destinazione del complesso immobiliare ad istituto scolastico non poteva neppure costituire una "presupposizione" del contratto di vendita, difettandone tutti gli elementi costitutivi: e cioè che l'evento presupposto sia considerato comune ai contraenti, che sia assunto come certo nella loro rappresentazione e che sostanzi un presupposto obbiettivo il cui venir meno sia indipendente dalla loro volontà e non corrisponda, integrandolo, all'oggetto di una specifica loro rappresentazione; d) non sussisteva infine alcuna nullità del contratto per violazione di norme precettive inderogabili; e rettamente il Tribunale aveva dichiarato inammissibile la domanda di annullamento del negozio per errore o dolo, tardivamente formulata, non discendendo la stessa da alcuna riconvenzionale o eccezione in senso proprio dell'amministrazione comunale.
Per la cassazione della sentenza, il C. ha proposto ricorso per 3 motivi; cui resiste il Comune di Chiavenna con controricorso.

MOTIVI DELLA DECISIONE

2. Con il primo motivo del ricorso, C.A., deducendo violazione della L. n. 2359 del 1865, art. 13 e 39, della L. n. 17 del 1962, art. 2, L. n. 1063 del 1962, art. 7, L. n. 1358 del 1964, art. 2, L. n. 1 del 1978, n. 1, nonchè delle Leggi Rag. Lombarda n. 40 del 1974, censura la sentenza impugnata per aver respinto la domanda di retrocessione per mancanza di un contratto di cessione volontaria e di un procedimento espropriativo senza considerare: a) che sussisteva una valida dichiarazione di P.U. dell'opera da realizzare, contenuta nel D.P.R. Lombarda 21 dicembre 1977, ancora valido al tempo della cessione perchè il termine di 36 mesi da esso previsto riguardava soltanto l'inizio dei lavori ed aveva quindi natura meramente ordinatoria; b) che il termine di decadenza della dichiarazione di P.U. introdotto dalla L. n. 1 del 1978, art. 1, non era applicabile a fattispecie espropriative previste da normative speciali, quali la Legge reg. Lombardia n. 40 del 1974; c) che in data 12 dicembre 1979, in cui era ancora in corso il predetto termine di 36 mesi, l'amministrazione comunale aveva approvato il primo programma pluriennale di attuazione del piano di fabbricazione del comune, relativo agli interventi da attuare nel triennio 1979/1981, comprendente l'acquisizione dell'ex Convento ubicato nell'immobile in questione; d) che in data 30 giugno 1981 era stato definitivamente approvato il P.R.G. del comune di Chiavenna; per cui l'inclusione di un'area privata in detto piano che ne contemplava la destinazione alla realizzazione di edifici scolastici, assumeva comunque valore di dichiarazione di P.U.; e) che tanto nel decreto sindacale di accesso nell'immobile in data 22 ottobre 1981, quanto in ogni altro atto del comune e nello stesso rogito notarile si dava atto della procedura espropriativa in corso; f) che il prezzo della cessione corrispondeva a quello di legge essendo stato individuato tenendo conto del valore venale del terreno già edificato ed in misura sicuramente inferiore,come accertato dalla consulenza tecnica espletata, al prezzo di mercato dell'epoca.
2.1. Il motivo è del tutto inconsistente.
Il ricorrente muove infatti dal presupposto che la cessione dell'immobile prevista dalla L. n. 865 del 1971, art. 12, comma 1, e L. n. 359 del 1992, art. 5 bis, si distingua dalla vendita di cui agli art. 1470 cod. civ. e segg., solo sotto un profilo temporale, funzione del momento in cui sia stata stipulata rispetto alla dichiarazione di P.U., nel senso che se questo momento è successivo,essa debba ritenersi compiuta "in costanza di procedura espropriativa" (pag. 15) ed assumere sempre e comunque tale nomen iuris piuttosto che quello di compravendita; e quanto al prezzo, che la differenza sia meramente quantitativa nel senso che soltanto nella vendita di diritto comune - e non anche nella cessione - esso possa o debba raggiungere il valore di mercato dell'immobile. Ragion per cui anche in questo grado del giudizio ha incentrato le proprie difese sull'asserita preesistenza di una dichiarazione di P.U., prospettata come ancora valida ed efficace, alla data (1 dicembre 1981) del rogito notarile che ne ha operato il trasferimento; e sulla non corrispondenza del prezzo di cessione convenuto tra le parti nella misura di L. 420.000.000 all'effettivo valore commerciale del bene asseritamene stimato dalla consulenza eseguita nel giudizio di primo grado nel maggior importo di L. 795.000.000, perciò solo qualificando il contratto di cessione volontaria conclusa nell'ambito di detta procedura ablativa ed invocando il diritto di ottenere la chiesta retrocessane dell'immobile per essersi verificati i presupposti dalla L. n. 2359 del 1865, art. 63, della mancata esecuzione dell'opera pubblica programmata e della scadenza dei termini assegnati dalla dichiarazione di P.U..
Sennonchè questa Corte fin dalle pronunce meno recenti ha specificato che la cessione volontaria costituisce un contratto c.d.
ad oggetto pubblico che si inserisce necessariamente nell'ambito del procedimento di espropriazione, che l'espropriando ha il diritto di convenire in seguito ad un subprocedimento predisposto dalla L. n. 865 del 1971, art. 12 e ad un prezzo pur esso predeterminato in base a criteri inderogabili stabiliti dalla legge del tempo, che costui può soltanto accettare (o rifiutare); e che ha anche l'effetto di porre termine al procedimento, eliminando la necessità dell'emanazione del decreto di espropriazione (richiesto, invece, nel caso di mancata accettazione dell'offerta) e dello svolgimento del subprocedimento di determinazione dell'indennità definitiva (Cass. 17102/2002; 8970/2001; 14901/2000).
Da qui gli elementi costitutivi indispensabili per configurarla e che valgono altresì a differenziarla dalla compravendita di diritto comune: a) l'inserimento del contratto nell'ambito di un procedimento espropriativo del quale, dunque, la cessione costituisce un momento avente la funzione di conseguirne il risultato peculiare (acquisizione della proprietà dell'immobile all'espropriante) con uno strumento alternativo di natura privatistica; b) la preesistenza nell'ambito del procedimento non solo della dichiarazione di P.U. dell'opera realizzanda, ma anche del subprocedimento di determinazione dell'indennità da parte dell'espropriante che deve essere da quest'ultimo offerta e dall'espropriando accettata (puramente e semplicemente) con la sequenza e le modalità previste dal menzionato art. 12; c) il prezzo per il trasferimento volontario del fondo deve correlarsi in modo vincolante ai parametri di legge stabiliti per la determinazione dell'indennità spettante per la sua espropriazione, dai quali non è possibile in alcun modo discostarsi (Cass. 24589/2005; 11435/1999; 4759/1996; 2513/1994).
In conformità a questi principi, risultava già decisivo per escludere la ricorrenza di una cessione volontaria quanto accertato dalla sentenza impugnata (pag. 10) in merito a queste ultime due condizioni, che cioè l'amministrazione comunale non aveva determinato l'indennità provvisoria di espropriazione di cui al ricordato dalla L. n. 865 del 1971, art. 12 e non l'aveva offerta ai C. che conseguentemente non avevano potuto accettarla; e, per converso, che il prezzo di vendita era stato concordato tra le parti con contratto preliminare del 27 ottobre 1961 - e poi recepito nel rogito definitivo dell'1 dicembre successivo - in seguito a perizia estimativa stragiudiziale, eseguita per incarico del comune con riferimento al valore venale dell'immobile: senza alcuna correlazione, dunque, con i parametri di stima dell'indennità allora costituiti dalla L. n. 385 del 1980, che ne aveva reintrodotto la determinazione sia pure a titolo provvisorio, e con salvezza espressa di conguaglio, in base ai valori tabellari di cui alla L. n. 865 del 1971, art. 16.
2.2. Il C. non ha, infatti, contentato alcuna di dette circostanze, che ha anzi confermato nel ricorso (pag. 25 e segg.) ove ha riferito di averle prospettate fin dall'atto introduttivo del giudizio (pag. 3, 4, 9), per cui divengono del tutto ininfluenti le considerazioni sulla dedotta non corrispondenza del prezzo di vendita - determinato dalle parti al di fuori della procedura ablativa e dei criteri inderogabili dalla stessa predisposti - con quelli effettivi di mercato praticati nel 1981 nel comune di Chiavenna per immobili aventi caratteristiche analoghe.
Ma perde soprattutto di rilievo il dibattito riproposto nel ricorso, sull'esistenza di una procedura ablativa in corso alla data del rogito notarile, che il comune ha escluso in radice ravvisando nel D. Pr. Regione Lombardia 21 dicembre 1977 la mera individuazione, conforme alla previsione della L.R. n. 40 del 1974, art. 9 (da cui secondo lo stesso ricorrente e la sentenza impugnata era disciplinata la realizzazione dell'opera pubblica), delle aree all'interno del territorio comunale da adibire ad edilizia scolastica: poi seguita nel termine di 36 mesi concesse dal provvedimento dalla specificazione delle relative opere nel successivo programma pluriennale di attuazione del 12 dicembre 1979 che ha indicato anche l'edificio scolastico da realizzare sul terreno del C.. E che, per converso quest'ultimo non è riuscito a dimostrare neppure nel ricorso attribuendo al termine in questione efficacia meramente acceleratoria di previsione della sola data di inizio "dei lavori e delle eventuali espropriazioni" posto che l'assunto comporterebbe addirittura la nullità della dichiarazione di P.U. ravvisata dalla sentenza impugnata nel provvedimento suddetto, in quanto priva dei termini finali della L. n. 2359 del 1865, ex art. 13, per il loro compimento i e perchè l'omissione non potrebbe considerarsi integrata e sanata neppure dagli atti e dai provvedimenti successivi indicati dal ricorrente (Cass. Sez. un. 9532/2004; 460/1999; 11351/1998).
D'altra parte, non può giovargli neanche l'addebito rivolto alla sentenza impugnata di non aver collegato i provvedimenti urbanistici adottati dal comune di Chiavenna nel triennio 1979-1981 ed individuato nel loro succedersi la localizzazione dell'opera scolastica programmata dal comune, anzitutto, perchè in mancanza del progetto richiesto della L.R. n. 40 del 1974, art. 10, non e ravvisabile alcuna (nuova) dichiarazione di P.U. (per il principio di tipicità dei provvedimenti amministrativi non ricavabile da atti dell'amministrazione, rivolti per legge a finalità diverse). E, soprattutto per il fatto obbiettivo che quest'ultima costituisce soltanto il presupposto (pur indispensabile) per l'insorgenza del potere ablativo; per cui era necessario altresì documentare che il procedimento oltre ad essere iniziatoci era svolto ed era stato portato a compimento con le modalità ed i contenuti richiesti dalla L. n. 865 del 1971, art. 12, per configurare la conclusione del contratto di cessione volontaria. Laddove lo stesso C. li ha ulteriormente e definitivamente esclusi trascrivendo nel ricorso la delibera consiliare 28 ottobre 1981, n. 103, con cui il comune sul presupposto che l'immobile in questione avesse una destinazione pubblica specifica ex art. 42 Cost., e potesse dunque essere sottoposto ad espropriazione, rinveniva l'opportunità e la convenienza di provvedere al suo acquisto diretto dai proprietari mediante un negozio di diritto comune e senza necessità di ricorso a pur possibili procedure espropriative.
3. Con il secondo motivo, il ricorrente, deducendo violazione degli artt. 1321 e segg., art. 1325, 1467 e 1418, cod. civ., nonchè dei principi in materia di presupposizione, addebita alla sentenza impugnata di aver escluso la nullità del contratto e comunque la risoluzione di esso per essere mancata o venutamene la presupposizione sulla quale le parti lo avevano fondato, senza considerare: a) l'intero sviluppo procedimentale della vicenda dal quale risulta che la realizzazione di opere di edilizia scolastica nel centro di Chiavenna aveva costituito il presupposto comune che aveva indotto le parti a stipulare la vendita; b) che ogni atto posto in essere dall'amministrazione evidenziava e confermava l'esistenza del fine pubblico dell'utilizzazione suddetta; che contestare siffatte circostanze significherebbe addebitare al comune di Chiavenna un comportamento contrario al principio di buona fede, a sua volta causa di invalidità contrattuale; c) che il fatto presupposto non aveva potuto realizzarsi per il venir meno di alcuni dati obbiettivi esterni alla volontà del comune, quali la modificazione legislativa delle competenze comunali nella materia a favore delle Province; d) che egli, infine, non aveva denunciato la contrarietà del contratto a norme imperative, bensì la nullità della cessione per assenza di causa, ove fosse stata accertato il difetto della situazione presupposta già al momento della conclusione del negozio.
Anche questo motivo è del tutto infondato.
3.1. Al riguardo il collegio deve rilevare, anzitutto, che quando sulla controversia sia intervenuta sentenza d'appello, questa si sostituisce completamente alla sentenza di primo grado, anche se sia interamente confermativa della precedente; e quindi, che tanto la portata della decisione, quanto le situazioni di fatto e di diritto che devono ritenersi accertate vanno desunte esclusivamente in base ai criteri ed ai limiti della nuova motivazione della sentenza di appello (Cass. 15185/2003; 14892/2000). Sicchè avendo la Corte di Appello respinto le domande subordinate del C. di risoluzione e di nullità del contratto di vendita fondate sull'asserita presupposizione che l'immobile dovesse essere destinato ad edilizia scolastica, per aver ritenuto che non ne ricorrevano gli elementi costitutivi - che detta destinazione si sostanziasse in un presupposto obbiettivo, essendo invece imputabile al comportamento stesso dell'acquirente - nessun rilievo può essere attribuito: a) alle circostanze che sarebbero risultate pacifiche nel procedimento di primo grado, quali le dichiarazioni dell'amministrazione comunale sull'esistenza della dichiarazione di P.U. e di un procedimento espropriativo in atto; b) agli accertamenti al riguardo che sarebbero stati compiuti dalla sentenza del Tribunale, peraltro non riportata nel ricorso, anche con riferimento ai vantaggi di natura fiscale che avrebbero indotto il comune ad acquistare il terreno (circostanza questa riportata dalla decisione impugnata come mera "prospettazione dell'appellante", e poi ritenuta ininfluente con riguardo alla ratio decidendi recepita: pag. 12).
E devono, del pari, dichiararsi inammissibili i tentativi del ricorrente di ampliare il thema decidendum, nonchè la causa petendi dell'originaria domanda subordinata con la prospettazione di asseriti comportamenti del comune comprovanti naia fede durante l'esecuzione del contratto, nonchè, ancor prima, durante le trattativa al fine di mutare l'intendimento originario dei C. di non vendere l'immobile (pag. 34); o rivolti a trarli in errore sulla situazione urbanistica e sulla destinazione pubblicistica di questo, o addirittura a coartarne la volontà che li indusse alla conclusione del rogito notarile (pag. 32). E di conseguenza gli addebiti mossi alla decisione di non averli esaminati e valorizzati, in quanto il vizio di omessa pronuncia o di omesso esame di punti decisivi (Cass. 10156/2004; 3692/2003) non è configurabile con riguardo a deduzioni estranee al thema della presupposizione, nonchè a circostanze prive di qualsiasi rapporto di causalità logica con le situazioni che il ricorrente era tenuto a dimostrare per confermarne la ricorrenza nel contratto di vendita.
3.2. La presupposizione, infatti, come già rilevato dalla Corte di Appello, è configurabile solo quando dal contenuto del contratto risulti che le parti abbiano inteso concluderlo subordinatamente all'esistenza di una data "situazione di fatto" che assurga a presupposto della volontà negoziale, la mancanza del quale comporta appunto la caducazione del contratto stesso, ancorchè a tale situazione comune ad entrambi i contraenti (ed indipendente, nel suo verificarsi, dalla volontà dei medesimi) non si sia fatto, nell'atto, espresso riferimento (Cass. 19563/2004; 19144/2004; 14629/2001).
L'istituto, pertanto, estende la sua configurazione generica tanto al campo della condizione come a quello del presupposto in quanto l'evento può essere presente, passato o futuro; ma si specifica rispetto all'uno e all'altra in quanto la sua esistenza non risulta da una dichiarazione, ma dalle stesse circostanze di fatto che i contraenti abbiano tenuto presente come premessa implicita del consenso, indipendentemente dalla loro volontà, onde la presupposizione viene sistematicamente intesa a guisa di una condizione inespressa. E l'indagine diretta a stabilire se una determinata situazione sia stata dai contraenti, nella formulazione del consenso, tenuta presente secondo il delineato schema si esaurisce sul piano propriamente interpretativo del contratto, costituisco, anch'essa, una valutazione di fatto riservata al Giudice del merito; ed è incensurabile sede di legittimità ove immune di vizi logici e giuridici (Cass. 3083/1998; 191/1995).
In ottemperanza a questi principi la sentenza impugnata con motivazione che non presta il fianco a censura, ha escluso che la destinazione del complesso immobiliare dei C. ad uso di edilizia scolastica abbia rappresentato una base obiettiva influente sull'assetto degli interessi delle parti, corrispondendo, invece, allo scopo soggettivo che aveva mosso l'amministrazione acquirente alla conclusione del contratto; e sul quale anche dopo il rogito avrebbe potuto incidere soltanto il comportamento di quest'ultima.
E la Corte deve rilevare che si trattava dello scopo imposto all'autorità comunale direttamente dalla legge che non poteva perciò mancare nè nel suddetto negozio, nè come evidenziato dallo stesso ricorrente, nei provvedimenti amministrativi che lo hanno preceduto, individuando esso l'interesse pubblico specifico cui deve essere preordinato qualsiasi atto della pubblica amministrazione sia esso di natura pubblicistica, che come nel caso concreto, di diritto Comune; e che nella fattispecie era necessario al comune per legittimare l'intero procedimento amministrativo nonchè il negozio di esso conclusivo per l'acquisizione dell'immobile C. (cfr. del R.D. n. 383 del 1934, art. 284 nonchè alla L. n. 142 del 1990, art. 56, secondo cui la determinazione a contrarre deve indicare tra l'altro "il fine che con il contratto si intende perseguire").
E' noto, infatti, che l'attività della P.A. anche quando meramente discrezionale non e mai libera (come quella dei privati), ma rivolta comunque a conseguire nel caso concreto l'interesse collettivo generale, nonchè fra i diversi fini pubblici perseguibili nell'ambito di un medesimo potere attribuitole, lo speciale interesse collettivo che sta alla base del particolare compito amministrativo da attuare nel caso specifico, che, attenendo dunque all'aspetto funzionale di ogni atto dalla stessa compiuto, rappresenta lo scopo ultimo inerente al potere pubblico esercitato nel caso concreto ed è perciò immanente all'atto da compierei nel duplice senso che esso non può mancare e non essere esplicitato nelle forme previste dall'evidenza pubblica nell'atto medesimo, e che, costituendone la specifica funzione istituzionale, neppure l'autorità amministrativa che lo ha adottato può discostarsene.
Questa regola, ricorrente con maggior rigore negli atti amministrativi incidenti sulla proprietà privata, come le espropriazioni per P.U. la cui legittimità è subordinata dallo stesso art. 42 Cost. alla sussistenza di cause tipiche di pubblica utilità (fra cui appunto la realizzazione di opere pubbliche), non viene meno allorquando l'amministrazione per la realizzazione delle medesima finalità, ricorra agli strumenti giuridici che sono ordinariamente propri dei soggetti privati, quale è certamente il contratto di compravendita, in quanto anche in tal caso, secondo la giurisprudenza di questa Corte, solo l'attività negoziale, per tutto quel che riguarda la disciplina dei rapporti che dalla stessa scaturiscono, rimane assoggettata ai principi ed alle regole del diritto comune. Ha non per questo cessano le interferenze delle norme di diritto pubblico attinenti in particolare alla formazione ed estrinsecazione delle sue determinazioni che si concludono con la delibera a contrarre, nonchè all'individuazione dell'interesse pubblico specifico da realizzerei nella fattispecie costituito proprio dalla destinazione del terreno da acquisire con il contratto alla realizzazione di opere di edilizia scolastica del comune, perciò da non confondere,come ha fatto il ricorrente (pag. 38 - 39), con l'esistenza di un (valido) procedimento di espropriazione e con le rappresentazioni soggettive delle parti in merito ad essa, per tale ragione non esaminate dalla Corte di Appello.
Il che del resto trova conferma proprio nelle considerazioni con cui costui ha ricordato che detta finalità specifica si trova espressa in tutti indistintamente gli atti amministrativi attraverso cui si era svolto il procedimento rivolto a conseguire l'acquisizione suddetta (cui si potrebbero aggiungere anche i provvedimenti anteriori indicati dalla sentenza impugnata,quali il menzionato D.P.R. Lombardia 21 dicembre 1977), fino alla delibera consiliare n. 183 del 1981, di approvazione del ricorso al contratto di compravendita; che pur si sono concretati in attività interna alla stessa amministrazione, meramente preparatoria e perciò inidonea ad incidere sull'assetto degli interessi del ricorrente, ai quali è rimasta necessariamente estranea. Ed ha riferito, altresì che pur dopo la stipula del rogito - in cui si riaffermava che l'acquisto dell'immobile era finalizzato alla realizzazione di opere di edilizia scolastica (pag. 29) - l'amministrazione comunale con delibera n. 83 del 1987 aveva manifestato l'intendimento di provvedere alla costruzione dell'edificio scolastico, non potuto realizzare perchè la L.R. n. 23 del 1996, aveva trasferito il relativo compito alle Province: in tal modo ribadendo che la destinazione del terreno C. ad edilizia scolastica sia prima del contratto di compravendita, che in occasione della stipula dell'atto ed anche successivamente aveva costituito non già una situazione obbiettiva di fatto esterna al contratto di compravendita; bensì un interesse primario specifico della amministrazione comunale, sussistente già prima di detto negozio, ribadito in occasione della stipula dell'atto e da essa continuato a perseguire anche successivamente fino alla perdita della relativa competenza istituzionale per effetto delle sopravvenute disposizioni legislative di cui si è detto.
3.3. Tutto ciò non comporta che il proprietario del bene non sia pur esso titolare di un interesse a che l'autorità comunale persegua effettivamente il fine istituzionale dichiaratole che non possa denunciarne le eventuali deviazioni, nonchè più a monte, i profili di illegittimità in cui sia incorsa nella scelta del proprio immobile in luogo di altri, per realizzarlo o nell'applicazione delle leggi statali e regionali invocate, nella materia dell'edilizia scolastica. Ma trattandosi comunque di un interesse legittimo, tanto le menzionate violazioni di legge quanto i possibili sviamenti dal fine suddetto possono essere fatti valere soltanto davanti agli organi giurisdizionali amministrativi.
4. Con il terzo motivo, deducendo violazione degli artt. 180 e 183 cod. proc. civ., il C. si duole che la Corte di Appello abbia confermato la declaratoria di inammissibilità della domanda di annullamento del contratto di vendita per errore o dolo, malgrado: a) non corrispondesse al vero che egli l'aveva formulata nell'udienza di trattazione, perchè proposta già nell'udienza di prima comparazione di cui all'art. 180 cod. proc. civ.; b) essa traeva origine dal fatto nuovo e diverso dedotto dal comune nella comparsa di costituzione, costituito dal riconoscimento di aver utilizzato espressioni atte a dichiarare l'esistenza di un procedimento ablativo,non corrispondenti alla realtà, essendo state utilizzate onde ottenere agevolazioni fiscali a vantaggio della stessa amministrazione; c) si trattava in ogni caso di un nuovo e diverso fatto giuridico,ben più rilevante di un'eccezione in senso proprio, perchè immutava i termini della controversia ed attribuiva all'attore il diritto di avvalersi del disposto dall'art. 183 cod. proc. civ., comma 4.
La doglianza è infondata.
Anche con riguardo a questa censura il Collegio deve ribadire che non possono assumere rilevanza per le considerazioni esposte nel motivo precedente l'interpretazione della sentenza di primo grado da parte della decisione impugnata, nè le ragioni per le quali la domanda in esame era stata considerata tardiva e, quindi, inammissibile dal Tribunale; o il riferimento di detto Giudice al momento processuale in cui sarebbe stata effettivamente formulata. Così come qualsiasi disputa sul contenuto effettivo di dette ragioni, in quanto la decisione di primo grado non e soggetta al controllo di legittimità ed il ricorso per Cassazione deve dirigersi esclusivamente contro la sentenza di appello. La quale ha confermato l'inammissibilità della richiesta di annullamento del contratto di vendita ex artt. 1427, 1429 e 1439 cod. civ., perchè non proposta nell'atto di citazione (come ha sempre riconosciuto lo stesso C.); e perchè non rientrante nello spazio di ammissibilità delle domande nuove consentite all'attore dall'art. 183 cod. proc. civ., fino alla prima udienza di trattazione.
Siffatta statuizione e le ragioni che la sostengono risultano conformi alla giurisprudenza di questa Corte secondo cui a) il quarto comma dell'art. 183 cod. proc. civ., nella vigente formulazione, consente all'attore di proporre nella prima udienza di trattazione domande nuove e diverse rispetto a quella originariamente proposta solo ove trovino giustificazione nella domanda riconvenzionale o nelle eccezioni avanzate dal convenuto; b) tale limitata deroga, è rivolta a tutelare la parta attrice, a fronte di iniziative difensive della parte convenuta che mutino i termini oggettivi della controversia, o comunque introducano nel processo ulteriori questioni; c) la deroga suddetta, non può essere estesa alle semplici controdeduzioni del convenuto volte a contestare le condizioni dell'azione; ma deve intendersi riferita all'eccezione in senso stretto,e postula che rispetto ad essa la nuova domanda o la nuova eccezione dell'attore devono presentarsi come consequenziali: e quindi configurarsi come una controiniziativa necessaria per replicare all'eccezione medesima (Cass. 14581/2004; 12545/2004; 3991/2003).
Nel caso concreto, invece, ad entrambe le (originarie) domande del ricorrente - quella principale di retrocessione dell'immobile (ovvero di declaratoria di impossibilità della stessa per la sua avvenuta irreversibile trasformazione) e quella di risoluzione o di nullità del contratto di vendita per il venir meno della dedotta presupposizione - il comune di C. si è limitato a replicare che ne difettavano i presupposti sopra evidenziati a proposito di ciascuna di esse, ed a sollecitare l'esercizio da parte del Giudice del potere-dovere di riscontrare la ricorrenza delle condizioni e dei requisiti necessari per l'accoglimento delle domande della controparte senza eccepire alcun fatto estintivo, modificativo o impeditivo della situazione di fatto e di diritto relativa ad ognuna,nè formulare a maggior ragione richieste riconvenzionali; per cui il dibattito si è incentrato unicamente sulla sussistenza delle condizioni suddette, affermate dal C. e contestate dal comune. E la Corte di Appello le ha respinte proprio per aver accertato che tra le parti non era intercorsa alcuna cessione volontaria (requisito indispensabile per l'operatività della L. n. 2359 del 1865, art. 63); e che non poteva qualificarsi "presupposizione" insita nel contratto di compravendita, per mancanza di tutti i presupposti dell'istituto elaborati da dottrina e giurisprudenza, la destinazione o utilizzazione scolastica dell'immobile menzionata nell'atto.
Pertanto, qualunque possa essere stata la valutazione del comune in ordine "alle prospettazioni ed alle dichiarazioni formali, contenute nelle delibere e negli atti comunali antecedenti e concomitanti al rogito", e certo che la stessa non ha comportato l'allegazione di una situazione giuridica diversa, con mutamento del fatti affermati dall'attore, ma ha assunto carattere strumentale di deduzione difensiva onde illustrare l'infondatezza dei menzionati fatti costitutivi delle domande e del diritto dedotto dalla controparte:
non ha modificato il thema decidendum da questa proposto che si è incentrato esclusivamente su di essi. E non è stata presa in considerazione dalla motivazione della decisione impugnata sulla quale non ha influito sotto nessun profilo; tant'è che il ricorrente le ha ripetutamente mosso l'addebito di non aver esaminato le asserite conseguenze pregiudizievoli che tali espressioni gli avrebbero arrecato (cfr. p. 3.1).
La domanda di annullamento dal contratto per errore o dolo ha conclusivamente introdotto una richiesta nuova per causa petendi e natura, oltre che entità, del petitum, solo fattualmente ed occasionalmente collegata dal ricorrente alle dette contestazioni e difese del convenuto, nel senso della sua proposizione in via meramente aggiuntiva, subordinata ed alternativa per il caso di accoglimento delle deduzioni in questione e di consequenziale reiezione delle sue originarie domande, per cui del tutto correttamente la Corte Territoriale l'ha considerato estranea all'ambito di applicazione dell'art. 183 cod. proc. civ., comma 4, e ne ha confermato l'inammissibilità.
Le spese del giudizio seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte, rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali che liquida in favore del comune di Chiavenna in complessivi Euro 12.100,00 di cui Euro 12.000,00 per onorario di difesa, oltre a spese generali ed accessori come per legge.
Così deciso in Roma, il 21 dicembre 2005.

Depositato in Cancelleria il 11 marzo 2006





Segnala su OK Notizie!Reddit!Del.icio.us! Facebook!
 

CERCA ANCORA NEL SITO

Ricerca personalizzata