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Art 5 del d lgs n 165 del 2001
Articolo 5 del decreto legislativo n 165 del 2001 annotato con la giurisprudenza della Cassazione Lavoro 
 
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D.Lgs. n. 165 del 2001 
ARTICOLO N.5
Potere di organizzazione


(Art. 4 del d.Igs n. 29 del 1993, come sostituito prima dall'art. 3 del d.lgs n. 546 del 1993, successivamente modificato dall'art. 9 del d.lgs n. 396 del 1997, e nuovamente sostituito dall'art. 4 del d.lgs n. 80 del 1998)
1. Le amministrazioni pubbliche assumono ogni determinazione organizzativa al fine di assicurare l'attuazione dei principi di cui all'articolo 2, comma 1, e la rispondenza al pubblico interesse dell'azione amministrativa.
2. Nell'ambito delle leggi e degli atti organizzativi di cui all'articolo 2, comma 1, le determinazioni per l'organizzazione degli uffici e le misure inerenti alla gestione dei rapporti di lavoro sono assunte in via esclusiva dagli organi preposti alla gestione con la capacita' e i poteri del privato datore di lavoro, fatti salvi la sola informazione ai sindacati per le determinazioni relative all'organizzazione degli uffici ovvero, limitatamente alle misure riguardanti i rapporti di lavoro, l'esame congiunto, ove previsti nei contratti di cui all’ articolo 9. Rientrano, in particolare, nell'esercizio dei poteri dirigenziali le misure inerenti la gestione delle risorse umane nel rispetto del principio di pari opportunita', nonche' la direzione, l'organizzazione del lavoro nell'ambito degli uffici (1).
3. Gli organismi di controllo interno verificano periodicamente la rispondenza delle determinazioni organizzative ai principi indicati all'articolo 2, comma 1, anche al fine di proporre l'adozione di eventuali interventi correttivi e di fornire elementi per l'adozione delle misure previste nei confronti dei responsabili della gestione.
3-bis. Le disposizioni del presente articolo si applicano anche alle Autorita' amministrative indipendenti (2).
(1) Comma sostituito dall'articolo 34, comma 1, lettera a), del D.Lgs. 27 ottobre 2009, n. 150 e successivamente modificato dall'articolo 2, comma 17, del D.L. 6 luglio 2012, n. 95.
(2) Comma inserito dall'articolo 34, comma 1, lettera b), del D.Lgs. 27 ottobre 2009, n. 150.


Cassazione civile    sez. lav. 29/07/2013 18196

In materia di pubblico impiego contrattualizzato, il recesso dal rapporto di lavoro a tempo indeterminato può attuarsi unicamente nella duplice forma del licenziamento intimato dal datore di lavoro ovvero delle dimissioni rassegnate dal lavoratore, sicché in caso di sopravvenuta inidoneità del lavoratore (nella specie, dipendente del Ministero della Giustizia) allo svolgimento delle mansioni assegnate - che costituisce giustificato motivo oggettivo di licenziamento ove lo stesso non possa essere astrattamente impiegato in mansioni diverse - non si determina una risoluzione automatica del rapporto di lavoro, dovendo pur sempre l'amministrazione, per provocarne la cessazione, esercitare il potere di recesso, in conformità, del resto, a quanto previsto dall'art. 21, comma 4, c.c.n.l. comparto Ministeri del 16 maggio 1995.



Cassazione civile    sez. lav. 28/02/2013 N 5011

Posto che a seguito della contrattualizzazione del lavoro pubblico vanno applicate le norme civilistiche a disciplina del rapporto, l'assegnazione temporanea di un dipendente, di durata esorbitante (dodici anni), va qualificata come trasferimento, con la conseguente applicazione del regime ad esso relativo, con specifico riguardo alle ragioni giustificatrici.



Cassazione civile    sez. lav. 28/11/2011 N 25045


In tema di pubblico impiego privatizzato, la rilevanza che assume l'interesse generale rispetto al datore di lavoro pubblico determina non la funzionalizzazione dei singoli atti, ma dell'attività complessiva, di guisa che i singoli atti di gestione o di organizzazione (per la parte che si colloca al di sotto dell'alta organizzazione, mantenuta in regime pubblicistico) non sono sindacabili per contrasto col pubblico interesse, ma nei soli limiti consentiti dal programma negoziale e dalle relative fonti (legali e contrattuali) di riferimento e non alla stregua dei tradizionali vizi dell'atto amministrativo, ma secondo quelli propri della patologia dei negozi giuridici, derivanti dalla violazione della disciplina legale o contrattuale che presiede all'attività paritetica della p.a.; da ciò discende che, al di fuori dei casi in cui viene eccezionalmente riconosciuto al datore di lavoro, pubblico o privato, il potere di incidere unilateralmente sul vincolo contrattuale (come nei casi di esercizio del potere disciplinare o di legittimo esercizio dello "ius variandi"), non risulta configurabile un potere di autotutela della p.a. e, più in generale, che la specialità del rapporto non è riferibile al " perseguimento di interessi generali ", ma alle singole disposizioni che determinano una regolamentazione specifica per il pubblico impiego, essenzialmente concernenti le modalità dell'assunzione, l'irrilevanza dei fatti concludenti e l'obbligo di assicurare parità di trattamento per i dipendenti.


Cassazione civile    sez. lav. 15/05/2008 N 12315


Il conferimento delle posizioni organizzative al personale non dirigente delle pubbliche amministrazioni inquadrato nelle aree e le relative procedure di selezione, secondo il sistema disegnato dal d.lg. 165 del 2001, esulano dall'ambito degli atti amministrativi autoritativi e sono assunti dall'Amministrazione con la capacità e i poteri del privato datore di lavoro, a norma dell'art. 5, comma 2, dell'indicato decreto; pertanto, il controllo di conformità alla legge deve essere condotto sulla base dei principi di diritto comune, con la conseguenza che non è ravvisabile contrasto con norme imperative nella decisione dell'Amministrazione che parifichi il servizio prestato in posizione di comando a quello dei dipendenti, nell'intento di valorizzare comunque l'esperienza professionale ai fini della progressione in carriera.



Cassazione civile    sez. lav. 26/02/2008 N 5045



In base al c.c.n.q. 23 gennaio 2001 in materia di conciliazione ed arbitrato, l'impugnazione di una sanzione disciplinare non risolutiva, effettuata dal lavoratore dinanzi all'arbitro unico e formulata oltre il termine di 20 giorni dalla applicazione della sanzione stessa, non vincola l'amministrazione. Quest'ultima tuttavia, pur non avendone l'obbligo può aderirvi, esercitando le capacità e i poteri del privato datore di lavoro conferitile (ora) dal d.lg. n. 165 del 2001 art. 5. Quindi, se a fronte di siffatta richiesta l'amministrazione accetta che venga avviato e si concluda il procedimento di nomina dell'arbitro a norma dell'art. 3, del menzionato contratto quadro (come è incontroverso che sia avvenuto nella specie) essa non può successivamente sollevare in alcun momento della procedura arbitrale l'eccezione di tardività per mancato rispetto da parte del lavoratore del menzionato termine di 20 giorni perché ciò equivarrebbe ad una non più ammissibile revoca del consenso già prestato.


Cassazione civile    sez. lav. 11/09/2007 19025


È legittima la riorganizzazione dell’amministrazione che riduca il novero delle funzioni qualificabili come dirigenziali, in quanto esercizio del potere organizzativo del datore di lavoro ai sensi degli art. 2 e 5 d.lg. n.165 del 2001 (nella specie, in un caso d’assegnazione da parte dell’Inps di mansioni superiori alla qualifica, la S.C. ha affermato che non sono dovute spettanze retributive differenziali per il periodo successivo alla riorganizzazione amministrativa del luglio 1998).



Cassazione civile    sez. lav. 13/09/2006 19558



Anche in un rapporto di lavoro privatizzato alle dipendenze di pubblica amministrazione il recesso del datore nel corso del periodo di prova ha natura discrezionale e dispensa dall'onere di provarne la giustificazione, peraltro confortata anche da accertamento di fatto emerso nel giudizio di merito.



Cassazione civile    sez. lav. 15/05/2006 11103



Nell'ambito del lavoro pubblico, l'amministrazione esercita il potere di organizzazione e gestione del rapporto di lavoro con la capacità ed i poteri del datore di lavoro privato, disciplinato esclusivamente dalle disposizioni del codice civile, delle leggi sui rapporti di lavoro subordinato nell'impresa e dei contratti collettivi (fatte salve le diverse disposizioni contenute nel d. lgs. n. 165 del 2001), talché nell'ipotesi di trasferimento il pubblico dipendente, in mancanza di specifiche discipline recate dai contratti collettivi, gode della garanzia apprestata dall'art. 2103, comma 1, ultimo periodo, c.c. (non derogato, per questa parte, dall'art. 52 d. lgs. n. 165, cit.), con la conseguenza che il datore di lavoro non può trasferire il dipendente da un'unità produttiva ad un'altra se non per comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive, esigenze queste che non è tenuto a comprovare quando non ricorra propriamente un caso di trasferimento, ma la mera assegnazione del dipendente ad un altro posto nell'ambito dello stesso ufficio (nella specie, la Corte ha rigettato il ricorso nei confronti della delibera di assegnazione del dipendente ad altre mansioni senza che fosse intervenuto alcun mutamento del luogo geografico di esecuzione della prestazione, avendo accertato il giudice di merito che le nuove mansioni non avevano comportato alcuna dequalificazione).



Cassazione civile    sez. lav. 11/05/2006 N 10869



Ai sensi degli art. 11 e 81 d.P.R. 28 novembre 1990 n. 384 (contenente il regolamento per il recepimento delle norme risultanti dalla disciplina prevista dall'accordo del 6 aprile 1990, concernente il personale del comparto del servizio nazionale), l'istituto della mobilità nell'ambito dell'ente sanitario è definito come utilizzazione sia temporanea che definitiva del personale in presidio o in servizio ubicato in località diversa da quella della sede di assegnazione. Pertanto, tale disciplina normativa non è applicabile all'ipotesi (come nella specie) di destinazione, con le stesse mansioni, da un reparto ad altro appartenente alla stessa sede di servizio. Per questo tipo di mobilità interna, invece, l'atto di esercizio del relativo potere è compreso tra quelli che l'amministrazione adotta con la capacità e i poteri del datore di lavoro privato (ai sensi dell'art. 5, comma 2, d.lg. n. 165 del 2001) ed è disciplinato esclusivamente dalle disposizioni del c.c., delle leggi sui rapporti di lavoro subordinato nell'impresa e dei contratti collettivi, fatte salve le disposizioni contenute nel d.lg. n. 165 del 2001 (art. 2, commi 2 e 3, e art. 51). Qualora non sussistano i presupposti per ricorrere alla disciplina di cui all'art. 2103 c.c. (che tutela il lavoratore esclusivamente contro le dequalificazioni professionali e nei casi di mutamento del luogo geografico di esecuzione della prestazione), la garanzia per il lavoratore è apprestata dai principi generali, alla cui stregua il datore di lavoro non può adottare atti modificativi delle modalità di esecuzione della prestazione in modo arbitrario o discriminatorio, ovvero in contrasto con il precetto di buona fede e correttezza. (Nella specie, la S.C., sulla scorta del complessivo principio enunciato, ha respinto il ricorso del dipendente sanitario nei cui riguardi era stata attuata, senza demansionamento, una semplice mobilità interna dal reparto di originaria assegnazione a quello di chirurgia, rilevando, altresì, la sufficienza e la logicità della motivazione della sentenza impugnata che, con congruo accertamento di merito, non specificamente contestato, aveva escluso ogni profilo di illegittimità del provvedimento adottato in funzione della necessità di riorganizzazione del servizio e rispettando le intese con le organizzazioni sindacali).



Cassazione civile    sez. lav. 20/03/2004 N 5659



In tema di incarichi dirigenziali nelle amministrazioni statali, secondo la disciplina contenuta nell'art. 19, d.lg. 165/2001 - sia con riguardo al testo originario, sia a quello modificato dall'art. 3 l. 145/2002 - l'atto di conferimento, a necessaria struttura unilaterale e non recettizio ha natura di determinazione assunta dall'amministrazione con la capacità e i poteri del privato datore di lavoro, a norma dell'art. 5, comma 2 dell'indicato decreto, la cui formale adozione rileva esclusivamente sul piano dell'organizzazione e ai fini dei controlli interni di cui al comma 3 dello stesso art. 5.



Cassazione civile    sez. lav. 08/01/2004 N 91


A seguito della contrattualizzazione dei rapporti di lavoro con le pubbliche amministrazioni il diritto del dipendente, destinatario di un provvedimento di assegnazione a mansioni superiori, ad una congrua retribuzione non è condizionato da circostanze obiettive relative alla sussistenza di una vacanza nell'organico o alla necessità di sostituire altro dipendente con diritto alla conservazione del posto, prevedendo espressamente l'art. 56 comma 5 d.lg. n. 29 del 1993 il diritto al trattamento economico superiore a prescindere dalla legittimità dell'assegnazione delle mansioni superiori.
 
 
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